La dignità in oncologia – Handbook Springer

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Nuova pubblicazione supportata da NICSO in collaborazione con Springer.


 

Perfezione a cura di Federico Giuntoli (Pontificio Istituto Biblico, Roma)

Ne «Il posto delle fragole» (Smultronstället), film di produzione svedese diretto da Ingmar Bergman nel 1957, il protagonista, Isak Borg, celebre medico e insegnante arrivato ormai al suo emeritato, sogna di essere invitato da un suo collega a rispondere alla domanda su quale sia il primo dovere di un medico. Nel suo sogno il prof. Borg non sa rispondere, ignorando che la risposta corretta sia quella di chiedere perdono. Medici, personale infermieristico, operatori pastorali che siamo, inseriti all’interno di ambienti sanitari sempre più tecnologici, settoriali e iperspecialistici, abbiamo tutti molti motivi per cui chiedere perdono: per la frettolosità, se non la sgarbatezza, delle nostre risposte; per non sapere ascoltare l’avvilimento di chi si pone dinanzi a noi gravato dalla debolezza del suo male; per non essere in grado di comunicare con empatia nei confronti di chi sta provando angoscia e smarrimento per la sentenza di una diagnosi infausta o per il peggioramento progressivo della malattia, considerando anche quei casi, sempre più numerosi, in cui il paziente non ha alle spalle una rete di affetti autentici e responsabili con cui vivere e insieme far fronte al proprio male; per avere cura, in altri termini, solo del suo soma malato e non anche della sua dignità. Tutti abbiamo il dovere di umanizzare la nostra relazione col paziente al fine di non deturpare né recare danno alla sua dignità di persona, anzi di darle lo stesso rispetto che è a noi stessi dovuto, ritrovandoci a condividere col malato la medesima fragile natura.

Di quando in quando è l’etimo stesso delle parole a venire in soccorso per meglio comprendere e valutare il significato dei termini e delle realtà cui essi rimandano. Il sostantivo «dignità», comparso nella nostra lingua non prima della seconda metà del XII secolo, deriva dall’aggettivo latino dignus, ovvero «adeguato», «all’altezza», «meritevole»; il vocabolo «rispetto», invece, deriva dal verbo latino respicio, alla lettera «guardare indietro», «volgersi a guardare» e poi, da qui, in senso traslato, «rivolgere l’attenzione», «avere riguardo», «tenere in considerazione». Chiedere perdono per tutti noi, operatori sanitari di ogni genere e grado, altro non significa, dunque, che volgersi indietro, distogliendo per un istante lo sguardo dalla pedissequa e quanto mai automatizzata sequenza delle procedure e dei protocolli di indagine e di terapia, per considerare che il paziente che si affida alla nostra cura è meritevole anche, se non soprattutto, della nostra umanità, così come noi della sua.

Secondo la potente espressione di Hermann Broch, «solo con le sue lacrime l’occhio diviene veggente, nel dolore soltanto diventa occhio che vede, solo per le sue lacrime si colma di quelle del mondo» (La morte di Virgilio, Milano, Feltrinelli; 2003: 57 [or.: Der Tod des Virgil, Zürich, Rhein-Verlag AG; 1958]). A differenza del curante che non sia (stato) a sua volta profondamente ferito, l’esperienza del soffrire imprime nel malato, sia somatico che psichico, un incredibile spessore. La dignità acquisita per rango, per status, per reputazione o per fama non può che ritrarsi impallidita di fronte a quella del sofferente, reso, proprio in virtù del suo soffrire, capace di vedere, di intus legere, di divenire radicalmente e drammaticamente umano, pronto a chiedere a noi curanti, con la sola sua muta e arresa presenza, senza gesti né parole ma con affidamento e speranza, di condurlo con dignità e rispetto per tutto l’iter terapeutico, dalla diagnosis all’exitus, tanto inevitabile quanto temuto.

La dignità in oncologia

 

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